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9 cose che ho imparato nella culla dell’intelligenza artificiale

Jun

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Quando l’AI cambia tutto, cosa scegliamo di non cambiare?


Volevo tornare da questo viaggio nella Silicon Valley raccontando i modelli, le sigle, numeri, e invece mi accorgo che la cosa più preziosa che mi riporto da queste settimane non è una tecnologia ma un esercizio, quello di imparare di nuovo a guardare, proprio nel luogo dove tutti credono di sapere già tutto e dove il cambiamento più profondo accade in silenzio, mentre noi continuiamo a discutere “fotografie e stereotipi” ormai vecchie. La tesi che sostengo da tempo — l’intelligenza artificiale cambia le mansioni e i modelli di business, non i ruoli — camminando per queste strade si è rafforzata, ma direi di più, si è approfondita, perché là dove le macchine assorbono compito dopo compito con automazioni agentiche sempre più spinte, resta intatta, e anzi diventa più pesante, l’unica responsabilità che nessun algoritmo può prendersi al posto nostro: scegliere quali compiti affidargli e quali no, fissare l’obiettivo, decidere a cosa serva davvero tutto questo e per chi, e restare quelli che rispondono delle conseguenze. È questa la regia che ci resta in mano, e non riguarda l’eseguire meglio, ma il volere meglio.


Provo allora a mettere in fila ciò che mi resta, e mi accorgo che non sono scoperte tecniche ma nove modi di guardare lo stesso cammino, dal marciapiede di San Francisco fino alle aule di Stanford: nove annotazioni che non riguardano ciò che l’intelligenza artificiale sa fare, ma ciò che noi scegliamo di restare mentre tutto, intorno, cambia.


1. Il cambiamento che conta non fa rumore


Quando una tecnologia smette di stupire ed entra nel paesaggio, è allora che ha vinto.


La prima cosa che mi ha colpito si vede solo se ci si torna a distanza di un anno: le automobili a guida autonoma che attraversano San Francisco sono diventate dieci volte più numerose. Sono le Waymo, la flotta dell’azienda di Google, che soltanto a San Francisco conta ormai intorno al migliaio di vetture e che in tutti gli Stati Uniti ha superato il mezzo milione di corse a settimana, e presto si affiancheranno i robotaxi di Tesla, l’azienda di Elon Musk, già in servizio ad Austin, a Dallas e a Houston e attesi in molte altre città entro la fine dell’anno.


Quello che colpisce non è la tecnologia in sé, ma il fatto che non ne parli più nessuno, perché l’auto senza conducente ha smesso di essere un’attrazione da fantascienza ed è diventata un mezzo che si prende, una commodity nel paesaggio quotidiano, non più un effetto Marte buono per il titolo di un giornale. È esattamente così che funziona la trasformazione che conta, non arriva con il clamore ma diventando ordinaria, e quando alzo gli occhi me ne accorgo anche dalle insegne, perché al posto dei marchi di consumo trovo cartelli che parlano di infrastruttura per agenti e di studi legali nativi-AI, messaggi che a una prima occhiata non dicono nulla e che, una volta metabolizzati, raccontano dove sta andando il mondo.


Lo stesso scarto tra racconto e realtà l’ho ritrovato nella città stessa. San Francisco l’avevamo imparata a immaginare come una città perduta, segnata da un degrado umano e sociale profondo, fatto di tende sui marciapiedi, di droga consumata alla luce del sole, di interi isolati da cui il turista veniva invitato a tenersi alla larga e in cui sembrava che nessuno volesse più vivere. E invece la trovo pulitissima alle cinque del mattino, con le idropulitrici che lavano marciapiedi e postazioni pubbliche, e scopro che circa un anno fa è cambiata l’amministrazione: il nuovo sindaco è Daniel Lurie, erede della famiglia Levi Strauss, quella dei jeans Levi’s, un uomo senza alcun passato politico che ha vinto le elezioni del novembre 2024 e ha deciso, semplicemente, di rimettere ordine. A volte basta davvero la volontà. Ma quando le cose migliorano smettono di fare notizia, così il racconto resta fermo all’istantanea peggiore mentre la realtà è già altrove, e questa è la prima cosa che ho davvero imparato, qualcosa che non riguarda la tecnologia ma lo sguardo: vedere ciò che accade davvero, e non ciò che continuiamo a raccontarci.


2. L’onda che l’Europa non sta ancora vedendo


Le mansioni si riscrivono, i modelli di business si ribaltano, il ruolo umano resta.


Quelle insegne non sono un dettaglio estetico, sono il termometro di un mercato che si sta riconfigurando sotto i nostri occhi, perché le società di informatica stanno smettendo di vendere integrazione di sistemi o licenze software per diventare creatrici di agenti, e basta leggere i report delle grandi società di consulenza per scoprire scritto nero su bianco ciò che lì vedo semplicemente camminando per strada. Quando poi su un cartellone leggo che esiste il primo studio legale nativo-AI capisco che una professione regolamentata e antichissima sta per incontrare un impatto che in Europa, e in Italia ancora di più, in pochi stanno percependo, e il pensiero corre subito ai commercialisti, agli avvocati, a tutte le professioni che credono di avere ancora molto tempo davanti.


Ed è qui che la mia tesi si carica di significato, perché l’avvocato non sparisce e il professionista non viene cancellato, semplicemente cambia ciò che fa nelle sue giornate e cambia il modo in cui il suo studio genera valore, mentre resta umano e diventa anzi più decisivo il ruolo di chi tiene la regia, di chi definisce l’obiettivo e si assume la responsabilità del senso. La differenza non è tra chi usa l’AI e chi no, ma tra chi continua a chiedersi a cosa serva e per chi, e chi invece si limita a delegare senza più sapere cosa, di quel lavoro, lo rendeva insostituibile.


3. Per educare all’intelligenza artificiale non si parte dalla tecnologia


Nella culla dell’AI, la risposta su come crescere le nuove generazioni è la meno tecnologica possibile.


La tappa che mi resta più impressa è anche la più inattesa, perché è avvenuta dentro una scuola e non dentro un laboratorio. Ho visitato a San Francisco La Scuola di Valentina Imbeni , ingegnere emiliana arrivata vent’anni fa per fare ricerca a Berkeley e poi capace di costruire l’unica realtà al mondo che unisce l’approccio educativo di Reggio Emilia, il Baccalaureato Internazionale e l’immersione nella lingua italiana, e parlando con lei ho capito qualcosa che riguarda quasi tutto il mio modo di vedere le cose: come fare scuola e istruire le nuove generazioni davanti all’arrivo dell’intelligenza artificiale senza partire dalla tecnologia.


Il paradosso è bellissimo e merita di essere guardato in faccia, perché proprio nel luogo che costruisce l’intelligenza artificiale più avanzata del pianeta sono famiglie di ingegneri e di fondatori a scegliere per i propri figli una pedagogia nata in Emilia, fondata sull’ascolto, sulla relazione, sulla creatività del bambino come soggetto e non come contenitore da riempire, una pedagogia che insegna prima di tutto a porsi domande. È esattamente ciò che una macchina non sa fare ed esattamente ciò che serve per dare una direzione a una macchina, e non l’ho letto in un report ma l’ho compreso stando seduto a parlare con Valentina e con chi quella scuola la fa vivere ogni giorno.


Perché ciò che mi resterà più a lungo non sono i principi del metodo, è la conversazione che ho avuto seduto accanto a Valentina. Mentre raccontava la sua scuola, le sue parole, i suoi occhi, il suo entusiasmo erano quelli di chi è appena arrivato e non di chi quella scuola la guida ormai da vent’anni, la stessa curiosità intatta e la stessa fame di possibilità che l’avevano portata fin lì lasciando la ricerca a Berkeley. È raro vedere qualcuno custodire per due decenni la freschezza dell’inizio, e in quella freschezza ho letto la vera ragione per cui un metodo educativo italiano è diventato un punto di riferimento nel cuore della Silicon Valley. Che poi questo metodo, dopo aver attraversato l’oceano, torni a casa con l’apertura di una sede a Milano nel settembre del 2026 mi sembra il segnale più luminoso dell’intero viaggio: l’umanesimo italiano che entra nella Valle e da lì rientra, portando con sé un modo di crescere le persone.


4. Il processo perfetto e il talento dell’imprevisto


Dove tutto deve funzionare, basta una variabile per fermare la macchina.


Nella terra delle performance, dove ogni cosa è progettata per funzionare alla perfezione, mi è capitato un episodio piccolo e rivelatore, perché avevamo una prenotazione per ventidue persone e ci siamo presentati in ventiquattro, con due ospiti di rilievo in più, e all’accoglienza l’organizzazione è andata in difficoltà davanti a uno scarto minimo rispetto al previsto. È la fragilità di un mondo costruito su un processo unico e lineare, magnifico finché tutto fila secondo lo schema e in affanno appena compare la variabile, ed è una fragilità che ho imparato a leggere come il rovescio di una grande virtù organizzativa.


Perché poi, visitando le grandi piattaforme, ho scoperto che al loro interno convivono due mondi, il mercato americano e quello che chiamano ROW cioè Rest Of The World, il resto del mondo, e che a guidare quel secondo mondo, fatto di mercati diversissimi e di vincoli continui, ci sono spesso italiani, persone che sanno muoversi nella complessità e, come dico io, sanno unire i puntini. In un’epoca che automatizza i processi lineari, il valore umano si sposta proprio lì, sulla capacità di governare l’eccezione e l’imprevisto, e questa è una competenza profondamente nostra, che troppo spesso scambiamo per un difetto invece di riconoscerla come una forma rara di intelligenza pratica.


 


Per scoprire le ultime annotazioni, leggi l'articolo compelto sul mio blog: https://www.faustoturco.it/9-cose-imparato-culla-intelligenza-artificiale/

By Fausto Turco

Keywords: AI, Digital Transformation, Future of Work

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